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Rubrica Sara Zanon

Il Papa e i genitori lgbt+

Papa Francesco alla fine dell’Udienza generale ha incontrato in piazza San Pietro una delegazione di 42 genitori credenti lgbt+ e ha affermato:”Certo, il Signore li ama così come sono, perché sono tutti figli di #Dio. E anche la #Chiesa li deve amare così come sono”.


Succede in Vaticano, componenti della “Tenda di Gionata” hanno donato al pontefice un libretto che  raccoglie in 36 pagine «le testimonianze di genitori cristiani alle prese con la scoperta dell’omosessualità dei loro figli» e una t-shirt rainbow(con tanto di cuore dai colori arcobaleno e pericope impressa di 1Gv 4, 18: «Nell’amore non c’è timore»). 

Alla vicepresidente della Tenda di Gionata, che gli aveva poco prima spiegato le finalità dell’associazione con l’auspicio che «la Chiesa possa cambiare lo sguardo verso i nostri figli, non escludendoli più ma accogliendoli in pieno.


Bergoglio ha così replicato: «Certo, il Signore li ama così come sono, perché sono tutti figli di Dio. E anche la Chiesa li deve amare così come sono».


Ci sono muri contro i quali la Chiesa si scontra tutt’oggi e che la rendono anacronistica.
Ma se le domande, come quelle di questi genitori, aiutano a conoscere e quindi a crescere, le risposte sbagliate possono creare gravi danni.

 La risposta del pontefice invece è stata esemplare. Viene da aggiungere: finalmente nessuna malattia da curare, solamente amore da vivere.

L’amore è il vero motore immobile del mondo!

Un prete eroe

Don Roberto Malgesini è morto per mano di un uomo che cercava d’aiutare, un tunisino con turbe psichiche abituato a vivere per strada, senza fissa dimora.

La stessa strada dove il sacerdote distribuiva colazioni ai senzatetto e agli emarginati.
Ultimo fra gli ultimi, ha dato se stesso con i gesti del quotidiano, spezzando il pane per gli altri.

Per questo usare la morte di don Roberto come argomento di propaganda è riprovevole, ingiusto e malsano.

Non c’entrano il razzismo o i malumori di pancia, legati alle generalità dell’assassino, facile cavalcare l’onda del risentimento.

Quest’uomo, questo prete ha dato la vita per un ideale più grande che non è solo un’idea d’integrazione possibile, ma è nei fatti la realizzazione di un credo profondo, merita non solo stima, ma rispetto nella memoria.

Dolce Aurora

Oggi dieci settembre hai un mese, dolce Aurora. Vedrai la diversità e la ricchezza della vita. Le albe ti saranno amiche I tramonti cambieranno ogni sera al canto di chi ti vuole bene Vedrai il cielo, le nuvole, le notti, le stelle negli occhi di chi ti ama La tua intelligenza bambina si colorerà di luce Dentro le tue scarpine il futuro che sorride Tu che hai fatto di un’ingiustizia un’occasione di vittoria Tra le manine ti resterà solo ciò che vale davvero Forte e sereno sia il tuo cammino, piccola mascotte Aila è con te e ti guarda con amore

Sarà Zanon

Nata sotto le stelle

Questa è la storia di una bimba nata il 10 di agosto, che le vicende dimostreranno giorno propizio, giorno di stelle ben nate.
Una bambina minuta di due kg e qualche briciola. Ad un certo punto sembrava che chi di dovere (psicologi,assistenti sociali) fosse propenso a separarla dalla madre per motivi di malattia e indigenza e quanto altro che non ci è dato sapere per privacy.
Il diritto del minore e la convenzione Onu vacillanti, il padre assente, i parenti in subbuglio, lo zio Giampaolo come una roccia nel non accettare la separazione madre-figlia, la madre Lorenza combattiva e fiduciosa.
Una petizione on line che come vedremo ha smosso le acque, sostenuta con forza in soli due giorni dall’associazione AILA onlus (associazione italiana lotta abusi) il servizio legale sempre sul pezzo, la partecipazione della sottoscritta Sara Zanon in piazza, ma soprattutto la forza dirompente della Presidentessa Ada Orsatti che ha scatenato l’intera Onlus, affinché si trovasse una soluzione per Aurora, adottando la piccola e la sua storia.
Aurora mascotte di Aila, Aila portavoce di Aurora.
Le polemiche sui social, le mille domande tra pro e contro, non hanno però affossato Aila, ma l’hanno resa ancora più coesa e forte.
Finché oggi la svolta è avvenuta, dopo l’ennesimo atto degli zii (Giampaolo ed Emanuela) che si erano posizionati in piazza presso campo santissimi Giovanni e Paolo a Venezia a raccogliere firme per la petizione, ostinati e caparbi nell’animo nel difendere la genitorialita’della nipote, assieme ad Aila presente nella mia persona.
La svolta:il padre ha espresso l’intenzione di riconoscere formalmente Aurora, domani si recheranno in Comune per espletare le pratiche burocratiche: l’Intenzione di dare il doppio cognome.
Questione giuridica chiusa: nessun affido e nessuna casa famiglia, soltanto il principio di un nuovo amore.
Buona sorte, piccola nata sotto una buona stella

Sara Zanon

SULL’IMPORTANZA DELLE PAROLE

L’ultima in ordine di tempo è l’uscita infelice promossa dalla pagina facebook INPSPERLAFAMIGLIA, che scimmiotta la pagina ufficiale dell’INPS e che potrebbe avere anche una connotazione umoristica ma sceglie di cadere nel becerismo usando la L. 104 al puro scopo di offendere (di solito chi viene considerato meno intelligente rispetto al proprio sé).
Ma senza scomodare una singola pagina, e volendola beneficiare del dubbio che l’amministratore non abbia davvero riflettuto su quanto possono colpire certi termini usati a sproposito chi davvero “beneficia” della L. 104 (un beneficio è qualcosa di positivo, beneficiare della 104 significa invece avere una disabilità, una patologia che presume la non completa autosufficienza, o anche un tumore), basta farsi un giro tra le pagine dei propri contatti. Persone singole, che magari ci vogliono bene davvero e che conoscono la nostra situazione, ma che spesso in un momento di rabbia o piuttosto di frustrazione personale, usano una conquista importante come questa legge (o anche la L.68/99) per colpire chi ritengono stupido.
A volte capita che certi aggettivi vengano usati per ignoranza, si da della troia a chi magari ci sta semplicemente molto molto antipatica quando il termine “troia” è la volgarizzazione di tutt’altro, dell’handicappato a chi per raggiungere un risultato ad esempio lavorativo ci mette il doppio del tempo che ci metteremmo noi.
Non credo invece ci si possa giustificare con l’ignoranza in questo caso. Usare la 104 per dare dello stupido presuppone la conoscenza dell’argomento, sapere che questo tipo di tutela viene concesso a persone per così dire in difficoltà. Forse si può parlare di una limitata conoscenza dell’argomento, dato che di base non serve avere una patologia mentale per ottenerla ma piuttosto il paniere delle possibilità è molto ampio: pensa se un giorno, chi di solito si diverte ad usarla per offendere il prossimo, dovesse fare un frontale in macchina e rimanere paralizzato dalla vita in giù! Passerebbe da uno stato ridanciano di una cosa importante come una legge, a vincere il giorno dopo il diritto all’accompagnatoria. Divertente, no? Oppure se questa persona si ritrovasse a dover accudire un figlio, un parente, affetto da una grave patologia che può comparire all’improvviso, ad esempio un tumore o la SLA. Troverebbe divertente apostrofare il suo affetto con le stesse parole che avrebbe usato fino a qualche giorno prima per colpire qualcuno colpevole solo di essere più ingenuo?
Le parole sono importanti, e non serve essere disabili o ammalati cronici per saperlo. Basta aver avuto dei buoni insegnamenti alle spalle, da tutti a partire dalla famiglia. Ad un certo punto nessuna giustificazione regge, ognuno è responsabile personalmente di quello che fa.
Lungi da me ergermi a santa e pura di cuore, le cazzate scappano a tutti e noi disabili non ne siamo immuni, ma ci sono uscite infelici e ci sono cattiverie usate con consapevolezza.
In tutto questo mi pongo anche una domanda: come poter fermare tutta questa ignoranza emotiva che, ricordiamolo, non coinvolge solo i social. I social sono l’espressione moderna delle chiacchere da bar, e ritorno al punto di prima quando sostengo che ad essere responsabili di ciò che scriviamo e diciamo siamo noi, non proprio i social.
Michela Magaraggia

La sessualità nella disabilità

Per iniziare questa rubrica in modo trasparente e privo di barriere,corro il rischio di toccare un tabù,ma l’identità sessuale è una cosa seria. Disabilità e diritto alla sessualità nel nostro Paese non trovano quasi mai conciliazione.Qualcuno la chiamera’mera prostituzione,ma senza assistenza il diritto alla sessualità  viene negato, costringendo nei fatti a soluzioni alternative,ai margini del legale,ma soprattutto sofferte per i familiari o per il disabile medesimo.Per ovviare a tutto ciò.Esiste una proposta presentata in Senato. Si chiede una legge per istituire e tutelare la figure dell’assistente sessuale per diversamente abili. Una figura professionale già presente in Svizzera, Danimarca, Germania, Paesi Bassi e Austria. Il disegno di legge si compone di un unico articolo che al comma 1 prevede l’istituzione presso ogni Regione di un elenco di assistenti per la sana sessualità e il benessere psico-fisico delle persone con disabilità mentre al comma 2 definisce i requisiti necessari per essere inseriti nell’elenco suddetto.Altra cosa è il fenomeno del devote.Gli individui che praticano il devotismo vengono chiamati con il termine devotee, e dichiarano un’attrazione sessuale per donne e uomini che possiedono un’handicap fisico o che hanno subito amputazioni di uno o più arti. La componente patologica di questo fenomeno risiede e prende consistenza nel fatto che l’interesse è indirizzato solo verso la parte amputata o l’handicap e raramente verso la persona e le sue qualità umane.Concludo con una frase di Herbert Marcuse:“Questa società cambia tutto ciò che tocca in una  fonte potenziale di progresso e di sfruttamento, di fatica miserabile e di soddisfazione, di libertà e d’oppressione. La sessualità non fa eccezione.”

Sara Zanon